A simple set of doors

Nikon D7000 + Fujifilm X20 Nel mio ormai corposo database mi imbatto in molte fotografie che ritraggono oggetti di uso comune, a prima vista quasi insignificanti, ma che puntualmente attirano la mia attenzione. Biciclette, porte, finestre, scalinate, panchine, tutto un arredo urbano che spesso dimentico di aver ripreso, ma che pian piano colleziono in apposite cartelle.

Man mano che “l’album” si riempie di figurine la cosa prende quasi sempre una piega inaspettatamente piacevole. L’insieme delle immagini crea una gradevole alternanza di colori, forme e texture di un soggetto statico e banale che stimola a mio avviso, lo spirito di osservazione. Diventa infatti un gioco interessante osservare le variazioni tra un’immagine e l’altra e scoprire dettagli che magari sarebbero andati persi senza il confronto.

Ma questa è infondo soltanto una delle regole che si imparano gestendo un archivio fotografico e preparando articoli per un blog.

  1. Ci sono i “pezzi da novanta””, quelle foto che spiccano subito rispetto alle altre, che hanno la forza di stare da sole perchè lì c’è l’inizio e la fine e non serve aggiungerci nulla.

  2. Ci sono le foto che raccontano una storia, alcune possono anche stare da sole, ma danno il meglio in una brave sequenza.

  3. Poi ci sono le raccolte o i progetti, legati da un filo conduttore che viene esaltato dalla presentazione dell’insieme delle immagini.

  4. Fotoricordo. La vostra nonna le apprezzerà.

  5. Spazzatura. Liberiamo spazio sull’hard disk.

Troppo semplice? Probabilmente sì, abbiamo tutti foto classificabili 1.5 o 3.5, ma qui entriamo nell’ambito delle scelte  personali.

Com’è ovvio le fotografie appartenenti alla prima categoria sono una minoranza ( se le vostre sono solo pezzi da novanta smettete di leggere questo blog e correte alla Magnum Photos, vi stanno aspettando…),  le altre invece proviamo a guardarle in gruppo, anche di 2 o 3 e se proprio non va proviamo a pensare ad una sequenza alla prossima uscita, ne verrà sicuramente qualcosa di nuovo, quindi di buono.

Tornando a me, perchè le porte? Non cè un motivo. Le nostre piazze di provincia danno il meglio in portoni e porticati e frequentandole spesso ho preso questa abitudine. Poi l’abitudine diventa un po’ mania e te la porti sempre dietro. Credo che tutti abbiamo fotografato all’inizio un po’ istintivamente (mai abbandonare l’istinto) per poi diventarne più consapevoli. Le porte mi parlano della vita che vi scorre attraverso, altre mi raccontano della vita che è stata, della ricchezza o della semplicità di chi le attraversa, di cultura ed abitudini, gli ornamenti, il colore, le targhe o i graffiti che le ricoprono, lucide o impolverate, pulite o sporche. Insomma un’infinità di cose.

Come sempre, è solo questione di guardare per vedere e questo è il mio esercizio quotidiano…

2 pensieri su “A simple set of doors

  1. Veramente un ottimo excursus, e non lo dico con meraviglia, è un po’ la conferma delle tue qualità che già conosco. L’umorismo con cui poi permei lo scritto, tu lo sai, lo ritengo un quid in più nella presentazione di un progetto. Ebbravo Marco.

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    1. Grazie Simeone, i lunghi periodi di pioggia sono ricchi di riflessione fotografica e di manipolazione dell’archivio dando forma a idee in attesa da mesi. Ma sto scalpitando per altre uscite…

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