Riflessioni su fotografia e visione


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Durante l’ultima sessione fotografica ho ripreso alcune considerazioni di studi passati che da appassionato fotografo tornano sempre utili e spiegano perchè certe situazioni fotografiche sono attraenti ed altre no. Il sistema visivo è strutturato in modo da riuscire a percepire piccole differenze di pattern. In special modo per le variazioni di frequenza spaziale, colore e luminanza. Un pattern piatto o molto omogeneo, non risulta particolarmente interessante per la visione umana che sembra organizzata per eccellere nella capacità di percepirne piuttosto le variazioni.

“Pattern” è un termine inglese diffuso che può assumere sfumature di significato in base al contesto, ma che potremmo riassumere in: “schema ricorrente”, ovvero la regolarità di ripetizione in un insieme. Per esempio le piastrelle che si ripetono su un pavimento seguono un pattern molto uniforme. Se invece pensiamo ad una fragola rossa in mezzo ad un fogliame verde abbiamo la variazione di pattern di cui parlavo prima; ecco, il nostro sistema visivo da il meglio per cogliere anche una minima parte del rosso della fragola nel contesto verde.

Probabilmente questa è una peculiarità ereditata dai nostri antenati, per i quali era di fondamentale importanza individuare un pericolo il prima possibile ed identificarlo. Tale abilità resta sostanzialmente invariata anche in un contesto con pattern estremamente variabile ma che grazie alla conoscenza  diventa ripetitivo. Per esempio se siamo in una foresta, dove è evidente un complesso intreccio di variazioni, identifichiamo la massa di alberi come tale (conoscenza) anche se gli alberi sono tutti diversi e restiamo nella costante ricerca (inconscia) di altri cambiamenti del pattern visivo. Reminiscenze ancestrali che ci tengono all’erta per individuare la tigre tra gli alberi.

In natura funziona particolarmente bene (foreste, prati, foglie, acqua, montagne, nuvole) dato che la visione in origine s’è sviluppata in questi ambienti e lo adattiamo, non sempre con la stessa efficacia , anche in ambiente urbano (città, persone, traffico). Probabilmente è per questo che le immagini di paesaggio più di altre sono di immediata comprensione.

Ma è la fotografia  nel suo complesso a non sottrarsi a questi parametri, anzi ne sfrutta fino in fondo il meccanismo. La continua esplorazione di texture e microcontrasti, per non parlare di sfumature di colore e luminanza sostanzialmente giocano sulla costante ricerca del sistema visivo di modifiche del pattern.

L’ombrello rosso del mio precedente post vuole sfruttare (grossolanamente) la variazione cromatica per assecondare questo modello e dopo aver visto i primi scatti on camera mi sono reso conto che effettivamente funzionava. L’attenzione passa costantemente dal soggetto al complesso contesto circostante per poi tornare al soggetto avendo una dominante cromatica molto forte. Un ombrello verde non avrebbe avuto lo stesso impatto, almeno in quella situazione.

Argomento lungo ed affascinante, per chi volesse approfondire queste tematiche consiglio di leggere questo post (haimè in inglese…) di uno dei miei photoblogger di riferimento che sviluppa in maniera più approfondita e completa questo tema.

Ok, la finisco qui. Non amo particolarmente i tecnicismi, ma scrivere mi aiuta capire ed ogni tanto ci vuole. Naturalmente sono aperto ad ogni altro suggerimento…

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