Ricordati di ricordare


Dal mio progetto 365Dal mio progetto 365

Dal mio progetto 365

Una foto non scattata è un ricordo che non c’è! Ricordati di ricordare!

— Vecchia pubblicità Kodak

In un epoca dove tutto viene registrato quasi esclusivamente per via digitale è fondamentale essere consapevoli della duplice “volatilità” di tutta questa massa di dati. Noi che siamo stati costretti ad imparare le tabelline a memoria qualche kilobyte in testa ce l’abbiamo ancora, le nuove generazioni invece sono completamente silicio-dipendenti.

Duplice perchè; in primo luogo perchè è troppo facile dimenticare nei meandri delle memorie sintetiche un sacco di cose che molto probabilmente perderemo del tutto quando cambieremo il telefonino, il computer o il piccolo hard disk esterno dopo anni di onorato servizio collasserà.

Il consiglio di stampare le foto importanti è sempre valido, ma non è questo di cui volevo parlare.

In secondo luogo, dato che comunque un archivio è impossibile da stampare tutto, fidarsi di un unica piattaforma è quantomeno ottimistico. Rotture, danni, perdite ed errori possono sempre capitare con la possibilità di perdere tutto in un attimo. La soluzione è quindi fare una copia: il ben noto, ma mai completamente compreso, backup.

Non starò qui a dirvi cosa fare, mi limito a dirvi come mi sono organizzato io. Da qualche tempo possiedo con soddisfazione un piccolo NAS dove ho caricato in Raid 1 tutto il mio archivio, in pratica sul computer non ho nulla se non gli applicativi.

Scopro poi che Amazon Prime dà la possibilità di caricare foto illimitate su Amazon Drive, file raw e TIFF compresi. Probabilmente ero ancora uno dei pochi a non saperlo, comunque visto che la parola d’ordine è “diversificare” sincronizzo il NAS con il suddetto servizio e do il via.

Ebbene dopo 12 giorni di upload ininterrotto (ebbene sì, DODICI! niente fibra evidentemente) il risultato è il seguente: 43.545 immagini caricate. il frutto di circa dieci anni di scatti.


Screenshot_2020-02-13-06-10-05-393_com.amazon.drive+%281%29.jpgScreenshot_2020-02-13-06-10-05-393_com.amazon.drive+%281%29.jpg

Sono un sacco di foto e, nonostante io sia uno che scatta relativamente poco e che screma molto direttamente in macchina, resta un bel pacco di file. Non oso immaginare chi fa matrimoni, viaggia spesso o semplicemente ha più tempo di me.

Ebbene nel mio cervello non v’è traccia di tutto questo. Sono mentalmente legato a qualche centinaio di scatti, concentro tutta la mia fotografia in un valore concreto che riesco a raffigurare. Probabilmente il cervello è programmato per semplificare; 200/300 scatti li riesco a raffigurare, 43.000 no. Eppure, perchè ne ho ritenuti altri 43,246 meritevoli di occupare i miei banchi di memoria?

Certo, il digitale porta con facilità a questo. Quante volte mi son detto:”…teniamola, non si sa mai” o “…magari la riguardo dopo”. Ma come spiegazione non mi basta.

Non è una questione di memoria puramente fisica, di spazio occupato o di file da salvare o meno, se fotografare è una cosa intima, diventa una questione di memoria personale.

In dieci anni di scatti (più o meno consapevoli) ho comunque registrato una parte di me, della mia vita e perchè mai dovrei spostare nel cestino pezzetti di tutto questo? Con che criterio dovrei buttare via una parte di me? Non voglio passare per nostalgico, ma pensandoci un attimo, tutti abbiamo quelle foto di famiglia dal valore affettivo inestimabile che fanno parte della nostra memoria, anche se il nonno così giovane non lo abbiamo mai visto davvero.


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Se poi uno prende la macchina e fotografa cercando qualcosa di più, lasciando la semplice istantanea verso un’espressione più personale, più interiore, intima appunto, ecco che non sono più megabyte da scaricare, ma pensieri da salvare.

Chiunque abbia avuto nella propria vita la fortuna di riuscire a “registrare” una sua forma di espressione, in cuor su vorrebbe che questa parlasse sempre di lui. Comprendo che nella ricerca moderna della “performance” mediatica ci sia poco posto per riflessioni del genere, anzi, ma se andiamo a vedere cosa spingeva a scattare molti dei grandi fotografi del passato, torna spesso il desiderio di contrastare il senso di perdita che l’ineluttabilità del passare del tempo porta con sè.

Fin da bambino, sento di avere una specie di malattia: tutte le cose che mi stupiscono si dissolvono senza che io riesca a conservarle abbastanza.

— J.H. Lartigue

Come al solito scopro l’acqua calda, ma in un’ epoca di bulimia fotografica vorrei leggere più riflessioni sulla fotografia che dati di scatto, ma mi rendo conto che la parola “leggere” è una parola forte…

Qualunque suggerimento in proposito è gradito (libri, siti internet e qualsiasi altro materiale) linkatelo nei commenti e, se avete letto fino a qui, ci sono buone possibilità.

Un saluto.

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